Recensione God of War

(Trento)ore 13:49:00 del 15/04/2018 - Categoria: , Videogames

Recensione God of War

La memoria di un’eredità forte l’avevamo stampata in testa e la paura della delusione o l’esaltazione di un grande ritorno si prospettavano come due soluzioni entrambe ugualmente possibili, ma solo fino ad aver giocato e veramente finito God of War.

Le prime divampano sprigionando calore, mentre il secondo lo brama per tornare all’equilibrio. Simile è la presenza di Kratos, nerboruto semidio spartano, nella fredda Midgard, la terra degli uomini raccontata nell’Edda, in cui l’eroe si è rifugiato per vivere da uomo, dopo un passato da dio da celare al figlio Atreus.

Un passato di vendetta che in molti ricordano ancora vividamente e che rese l’Olimpo, il monte degli dei, il cimitero degli immortali. Eravamo inquieti anche noi dopo l’annuncio, poiché ci siamo avvicinati a God of War con un sentimento contraddittorio di ardente desiderio e glaciale scetticismo. La memoria di un’eredità forte l’avevamo stampata in testa e la paura della delusione o l’esaltazione di un grande ritorno si prospettavano come due soluzioni entrambe ugualmente possibili, ma solo fino ad aver giocato e veramente finito God of War.

A quel punto non è rimasto alcun dubbio, il Kratos di un tempo aveva trovato la sua collocazione nella nostra storia videoludica, come una vecchia console che trova spazio nella bacheca delle glorie, mentre il nuovo eroe logorato dal tempo aveva saputo vincere la sfida della memoria e dare il là per l’inizio di una grande avventura.

Così con questo seguito diretto, sia difatti chiaro che non si tratta di universi paralleli, what if, o altri particolari espedienti, ci siamo trovati a dover prendere le parti di un Kratos un po’ diverso da come ce lo ricordavamo, nel bel mezzo di un’atipica avventura padre-figlio, confezionata in un gioco action moderno che ha voluto fare dell’eccellenza in ogni singolo elemento produttivo il suo punto di forza. 

Aggrappatevi a noi, dunque, perchè il viaggio nei nove regni dell’Yggdrasil è appena incominciato.

Narrativamente parlando tutta la storia di God of War ruota proprio attorno al rapporto tra Kratos e Atreus, due protagonisti tanto simili quanto lontani. Il loro compito è quello di portare le ceneri della moglie e madre sulla cima più alta dei nove regni, per compiere così il suo ultimo volere.

Kratos, severo e scorbutico, è consapevole della propria ira con cui convive quotidianamente, la governa e la domina, e non è più dipendente da essa. Atreus invece, ignaro della propria natura, vive come un giovane ragazzo, dominato dai sentimenti (in particolare dall’ira), ma privo della forza per incanalarli in qualcosa di positivo. 

L’aspetto più interessante dell’evoluzione dei personaggi è che Kratos non vive un vero e proprio cambiamento, ma è il giocatore (impersonando Kratos stesso), che passo dopo passo prende consapevolezza della mutata natura del protagonista accettandola e sostituendola con quella passata, mentre Atreus battaglia dopo battaglia va a definire nuovi aspetti del suo carattere.  La presa di coscienza nasce dal rapporto oltre che con il figlio anche con gli altri personaggi secondari, non molti ma sicuramente ben inseriti nel tessuto narrativo del gioco.

Ci si mettono circa venti ore abbondanti per giungere alla chiusura del racconto e ai titoli di coda che saranno sì la fine del nostro percorso narrativo, ma il trampolino di lancio per l’esplorazione delle sfide dell’end-game, per altre venti ore abbondanti se non più di gioco.

L’epicità è connaturata al racconto, all’ambientazione e al protagonista, la portata con cui esplode nelle scene cardine è amplificata da una direzione artistica e una realizzazione tecnica incredibili, che impattano in maniera estremamente positiva sui sensi. Ammettiamo che non siano tantissimi numericamente, ma in alcuni momenti God of War ci ha fatto venire la pelle d’oca, lasciandoci andare in sonore esclamazioni di assenso. La violenza non manca, è centrale ma non eccessiva, sempre funzionale a trasformare una scena di un bel gioco d’azione in un altro e godurioso atto di God of War.

In termini tecnici l'operazione di design realizzata con questo nuovo God of War prende il nome di soft reboot, e può essere facilmente avvicinata a quanto fatto da Ubisoft con Assassin's Creed Origins. Si tratta infatti, a tutti gli effetti, di un sequel visto che in termini cronologici e di conoscenze del protagonista il gioco presuppone l'esistenza dei capitoli precedenti, ma gran parte degli elementi basilari del gameplay, l'ambientazione e la struttura narrativa, si allontanano con forza dalla tradizione della serie. Quello che ci troviamo davanti, all'avvio della campagna, è un Kratos invecchiato e appesantito dall'età, con una lunga e folta barba. L'Olimpo e le divinità greche sono un lontano ricordo perché, in una sorta di esilio auto-imposto, ha deciso di recarsi in Norvegia mantenendo il massimo riserbo sul suo passato e la sua travagliata storia di vita, confidandosi esclusivamente con la compagna. Proprio la morte di quest'ultima darà il via al lungo viaggio di Kratos in compagnia del figlio Atreus, sulla falsariga di un qualsivoglia road movie, attraverso una parte dei nove regni della mitologia nordica. Come è facile immaginare, la situazione si complicherà quasi immediatamente obbligando il Fantasma di Sparta a doversela vedere con un antagonista di origini divine e della piccola combriccola al seguito. Oltre ad una vasta rappresentanza di creature minori, anche queste pescate con competenza dalla vasta letteratura norrena.

Per mantenere completamente spoiler free questa recensione, eviteremo di dire qualsiasi altra cosa sulla trama, focalizzandoci invece sul cambio totale di registro per quello che riguarda la narrativa e in particolare il rapporto tra Kratos e Atreus. God of War sotto questo profilo rispetta e subisce integralmente il "trattamento Naughty Dog": il lavoro fatto dalla popolare software house californiana sulla serie Uncharted e in particolare su The Last of Us è infatti diventato un punto di riferimento che moltissime produzioni di queste ultime due generazioni hanno cercato di inseguire. Una trama con dialoghi profondi, protagonisti e comprimari ben delineati, archi narrativi facili da seguire ma comunque in grado di suscitare emozioni e soprattutto un taglio registico in grado di amalgamarsi alla perfezione con il gameplay attraverso cutscene che entrano ed escono dalle fasi di gioco senza soluzione di continuità.

E bisogna dirlo: il risultato funziona perché anche se all'inizio trovare un Kratos così profondo, combattuto interiormente, in grado di esprimersi con le parole oltre che con i cazzotti, spesso nascondendosi dietro un alone di mistero impenetrabile ci ha spiazzati, è indubbio che per l'intera avventura sia proprio la sua presenza scenica e in particolare tutta l'evoluzione del rapporto con Atreus, a tenere sempre acceso l'interesse del giocatore. Il legame tra i due è credibile e coerente e lo vedremo attraversare moltissime fasi tutte, per quanto scontate, assolutamente convincenti. In termini puramente informativi, sappiate che per completare la campagna ci abbiamo impiegato poco più di una trentina di ore. Purtroppo mancando contatori specifici non possiamo essere più dettagliati ma tenendo conto delle percentuali di esplorazione dei regni, ci sentiamo tranquilli nell'affermare che, per completare tutto al 100%, ci sarebbero servite almeno un'altra dozzina di ore. Anche se non c'è bisogno di sottolinearlo, God of War è esclusivamente single player e prevede un singolo finale.

Scritto da Sasha

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