Governo senza OPPOSIZIONE: PD non ha intenzione di svegliarsi dal LETARGO

(Pescara)ore 22:09:00 del 04/06/2018 - Categoria: , Denunce, Politica

Governo senza OPPOSIZIONE: PD non ha intenzione di svegliarsi dal LETARGO

Sono due, mi sembra , i sentimenti dominanti. Uno è l’ansia, la paura di finire nel cono d’ombra, di essere condannati all’insignificanza, di non riuscire ad arrestare un declino che sondaggi spietati certificano, ahimè, settimana dopo settimana.

A proposito, notizie del Pd? La domanda non si riferisce, ovviamente, agli esiti della recente assemblea dei delegati che - stando alle cronache, assai impietose - ha brillato solo per prove muscolari, contestazioni plateali, fischi da “Corrida” per finire poi nel compromesso di rimandare ogni discussione di merito al congresso prossimo venturo (a settembre, pare: campa cavallo). Ah, il rinvio, ça va sans dire, è stato dettato da “senso di responsabilità” e dall’intento di “salvaguardare l’unità del partito”, ma tanto si andrà presto ai materassi per scegliere tra Martina il reggente, Guerini il renziano o Zingaretti l’outsider. Per fare cosa, però, non è dato sapere.

Insomma, la domanda riguarda piuttosto le intenzioni del Pd, quale strada sceglierà, che opposizione eserciterà, quali proposte avanzerà, se insomma supererà l’afonia (copyright Sabino Cassese) che gli ha impedito di presentarsi come alternativa possibile durante la campagna elettorale e poi di entrare con i piedi nel piatto della lunga discussione per la formazione del governo: la parola d’ordine ripetuta come un mantra è stata prima “abbiamo governato bene” e, dopo il 4 marzo, “abbiamo perso, ora tocca agli altri”; ma è mancato il messaggio “se avessimo vinto noi avremmo fatto questo e quello”. Non è poco. Sono due, mi sembra , i sentimenti dominanti. Uno è l’ansia, la paura di finire nel cono d’ombra, di essere condannati all’insignificanza, di non riuscire ad arrestare un declino che sondaggi spietati certificano, ahimè, settimana dopo settimana.

Si tratta di una consapevolezza assai concreta che si alimenta al solo pensiero dei prossimi appuntamenti elettorali, non solo di giugno (tra due settimane sette milioni di italiani vanno alle urne per rinnovare le amministrazioni di 799 Comuni), ma anche del 2019: si voterà in 4092 Comuni, mezza Italia, una marea di piccoli centri, ma anche a Bari, Bergamo, Ferrara, Firenze, Modena, Padova, Reggio Calabria, Prato, Reggio Emilia, Sassari, la maggior parte guidati dal centrosinistra. Un test fondamentale, assieme a quello delle Europee.

E si bissa nel 2020 con un migliaio di Comuni e Regioni importanti come Campania, Veneto, Puglia, Toscana, Liguria, Marche e Umbria, cinque delle quali vedono in sella un governatore di centrosinistra. Ne potrebbero uscire un’Italia e un’Europa rivoluzionate. Timori fondati, dunque, 
di cui qui abbiamo già parlato. Ma ora, dopo il contratto di governo tra “il signor Di Maio e il signor Salvini”, l’incubo del Pd di restare schiacciato nei ballottaggi dall’alleanza Lega-M5S diventa sempre più concreto. Se poi si andasse 
a elezioni politiche anticipate… L’altro sentimento dominante è la speranza, per la quale si tifa apertamente, che il Contratto resti sulla carta, che le stelle del programma 
si spengano dinanzi alle difficoltà dell’amministrazione quotidiana 
e ai vincoli imposti a un Paese sotto osservazione, insomma che l’alleanza fallisca affossando ogni ipotesi di governo pentaleghista. E di conseguenza che, a quel punto, i consensi dei delusi in libera uscita se ne tornino a casa. Troppo ottimismo, troppa semplificazione. Magari fosse così facile, così automatico. Forse l’unico modo per risalire la china è riconquistare un ruolo di alternativa credibile presentando proposte di governo concrete e praticabili che suonino come l’unica, vera opzione presente sul mercato politico. Finora così non è stato, prevalgono silenzio e vaghezza, e di sicuro non è un caso. 
Il Pd sembra ancora ingessato dall’incapacità (impossibilità?) di condurre a unità le due anime del partito, le stesse accusate agli esordi dieci anni fa - ricordate? - di “fusione 
a freddo”.

Oggi, certo, ci sono nuovi riferimenti politici e culturali: c’è chi subisce il fascino della sfida macroniana, avanti con le riforme e crescita dell’economia, e guarda al centro berlusconiano; e chi invece pensa alla sinistra di Jeremy Corbyn, meno vincoli europei, lotta alla globalizzazione e scelta di campo a favore degli esclusi e degli emarginati. Non è solo l’alternativa tra due ricette, è la domanda chiave del momento, e cioè capire se basti solo l’una o solo l’altra formula, o non servano e l’una 
e l’altra per ridurre le disuguaglianze, oggi problema numero uno e causa principale del diffuso rifiuto di ogni establishment. Due anime. Per conciliare le quali occorrerebbero contenuti chiari e condivisi. E forse anche un modo diverso di comunicare la propria opposizione e un’idea diversa di Paese. Si ha l’impressione che non basti più solo richiamare tutti alla responsabilità; spulciare i curriculum degli avversari; elencare i vulnus alla Costituzione; evocare i possibili disastri prossimi venturi. Anzi, se dovessi dare una definizione sbrigativa dell’abusata parola “populismo” sceglierei proprio il rifiuto testardo di regole ragionevoli, di vincoli, trattati, e della classe politica che li ha finora interpretati. Perché sono proprio questi uomini e cose che l’Italia gialloverde intende portare sul banco degli imputati accusandoli di aver fallito. Per convincere gli italiani del contrario c’è solo un modo: dimostrare di avere un programma più attento a loro, più vicino alle loro esigenze, più efficace. Non è facile per niente. Auguri.

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Scritto da Sasha

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