Dottor Google: AUTODIAGNOSTICARTI le malattie tramite il web ti uccide

(Napoli)ore 15:12:00 del 14/11/2019 - Categoria: , Denunce, Salute

Dottor Google: AUTODIAGNOSTICARTI le malattie tramite il web ti uccide

Oltre il 97% delle persone ricerca informazioni sanitarie online. Ma spesso i risultati sono inaffidabili e portatori d’ansia

SEMPRE PIU' PERSONE ANSIOSE PER RICERCHE MALATTIE SU GOOGLE - 2 americani su 5 si sono fatti convincere dalle loro ricerche amatoriali su Google che i sintomi riscontrati fossero relativi a gravi malattie. È l'effetto "Dottor Google", che secondo una ricerca svolta su 2.000 statunitensi ha colpito il 43 percento delle persone, "colpevoli" di aver cercato i propri sintomi su Google credendo poi di avere delle malattie molto più gravi di quanto lo fossero veramente. Il 65 percento degli intervistati ha invece ammesso di aver cercato almeno una volta i propri sintomi su Google, mentre il 74 percento di chi ha effettuato questa ricerca ha affermato di essersi preoccupato maggiormente della propria salute.

SEMPRE PIU' PERSONE ANSIOSE PER RICERCHE MALATTIE SU GOOGLE - Il problema, secondo i ricercatori, è dovuto alle risposte che Google può dare in questi casi, una serie di risultati che ovviamente non tengono conto di molti aspetti e che risultato essere validi meno del 40 percento delle volte. Eppure molte persone continuano a cercare i propri sintomi su Google sperando di avere una risposta e trovandosi invece davanti a malattie gravissime che, però, spesso non hanno nulla a che vedere con la loro situazione. Solo il 51 percento delle persone ha affermato di interpellare prima un vero medico, un dato che si scontra contro il 26 percento di chi non ha un medico e il 10 percento di chi non vuole farsi visitare.



SEMPRE PIU' PERSONE ANSIOSE PER RICERCHE MALATTIE SU GOOGLE - La quasi totalità degli intervistati, il 92%, ha affermato inoltre di non aver mai posto domande in rete riguardo al proprio stato di salute, ma si è limitata unicamente a ricercare le informazioni in modo passivo. Dai dati raccolti non sembrano riscuotere molto successo i forum di pazienti e i gruppi sulla salute: il 94,3% degli utenti, infatti, dichiara di non avervi mai partecipato direttamente.
Per oltre metà del campione le informazioni reperite in rete sono “utili per farsi un’idea, ma il 32% dei pazienti coinvolti ha dichiarato di aver bisogno di un ulteriore parere (non necessariamente di uno specialista) prima di procedere, mentre il 18% circa ha affermato di ricercare ulteriori informazioni in rete così da avere un confronto ancora più preciso. Nel 70,2% dei casi però è stato chiesto il parere del medico.

«Quest’ultimo dato», commenta Michele Cucchi, psichiatra e direttore sanitario del Centro Medico Santagostino, «ci fa tirare un sospiro di sollievo:  fare delle auto-diagnosi su internet può fare più male che bene. I motori di ricerca spesso forniscono informazioni irrilevanti, che possono portare ad una diagnosi sbagliata, ad un auto-trattamento sbagliato e a possibili danni per la salute. Una ricerca di qualche anno fa effettuata dall’Information Systems School della Queensland University, ha valutato l’efficacia dei risultati di Google e Bing in risposta a ricerche su temi medici: solo tre dei primi 10 risultati sono stati molto utili per l’auto-diagnosi e solo la metà della top 10 è stata in qualche modo rilevante per l’auto-diagnosi della condizione medica».
«Il rischio», aggiunge Cucchi, «oltre a quello di fare auto-diagnosi sbagliate, è di cadere nella “cybercondria”: se non si ottiene una diagnosi chiara dopo una ricerca su internet, probabilmente si è tentati di continuare a cercare. E così si rischia di cadere in una medicina iper-prescrittiva che rincorre i sintomi e alimenta l’ansia ».
«Le persone cercano riferimenti in cui credere», spiega Cucchi. «Hanno bisogno di trovare rifugio da paure, senso di smarrimento e incertezza, hanno bisogno di avere fede in qualcosa, e, culturalmente, la nostra società ha messo pesantemente in discussione il totem del camice bianco. Le persone cercano una risposta precisa alla loro condizione, sempre. Non accettano il “non so”, “non capisco bene”, preferiscono credere spesso a una spiegazione “alternativa” trovata sul web, magari senza basi scientifiche. Ma alla fine internet purtroppo fa sì che l’ansia aumenti e non diminuisca, perché manca la rassicurazione del case manager, il medico. Tornare a creare fiducia da parte dei pazienti è compito di noi medici. I pazienti cercano, in quanto persone, speranza, fiducia, ascolto, sensazione di accudimento e presa in carico. La medicina oggi è forse colpevole di non sapere come gestire il “non ho capito cosa ha, non so darle una risposta” e ancora troppo concentrata sulla malattia e non sul malato».

Scritto da Sasha

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