Come cambia Just Eat

(Palermo)ore 09:15:00 del 08/06/2018 - Categoria: , Tecnologia

Come cambia Just Eat

Il cibo da asporto o su consegna è un mercato che vale circa 3,2 miliardi di euro e coinvolge 30 milioni di italiani. Con dinamiche ed esigenze speciali, come ci spiega il Country Manager Daniele Contini

Il settore del cibo a domicilio in Italia rappresenta uno dei mercati che sta vivendo le trasformazioni più drastiche, soprattutto per un Paese come il nostro, in cui la ristorazione si lega a tradizioni, usi e costumi difficili fa scalfire. 

«Oggi in Italia questo mercato vale meno dell’1% nel panorama dell’e-commerce – spiega Daniele Contini, Country Manager di Just Eat – Il cibo da asporto o su consegna è un mercato che vale circa 3,2 miliardi di euro e coinvolge 30 milioni di italiani. I servizi digitali pesano per il 7%, l’anno scorso era il 5%, quindi ci sono ampi margini di crescita». D’altronde gli italiani sul cibo non scherzano, ma questi numeri sono il frutto sia della scarsa abitudine a sfruttare sistemi di pagamento digitale, sia legati a un mercato che è veramente molto giovane.

«Siamo arrivati in Italia nel 2011, ma abbiamo a fare comunicazione in maniera strutturata e continua solo dal 2015, oggi possiamo contare su 800 ristoranti rispetto ai 500 dell’anno scorso. I numeri bassi sono senza dubbio legati al fatto che è un settore giovane, ma anche alle differenze tra provincia e grandi centri urbani, l’Italia in questo è un paese particolare».

La trasformazione del settore passa ovviamente attraverso la tecnologia e le infrastrutture, che devono fornire ai ristoratori strumenti per ottimizzare il proprio lavoro e non complicarsi ulteriormente la vita. Sotto questo punto di vista da qualche mese Just Eat ha iniziato a introdurre un nuovo terminale chiamato Order Pad. L’Order Pad è collegato in rete con il sistema Just Eat, appena arriva l’ordine del cliente stampa automaticamente la comanda col nome del cliente, la composizione dell’ordine, il tempo di consegna previsto e se è già stato pagato online o no. L’obiettivo è ridurre il rischio di errori e il bisogno di stare costantemente al telefono a prendere ordini.

«Il ristoratore è al centro di questa trasformazione, ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a farsi conoscere sulle piattaforme digitali, di staccarsi dal telefono e sfruttare al meglio il suo tempo. Poi c’è tutta la questione logistica della consegna, che alcuni preferiscono non gestire – continua Contini - poi c’è la questione Street Food, una novità che in Italia sta crescendo tantissimo e che stiamo cercando di rendere più comoda. Con il terminale Just Eat si riducono le code, tutto è più ottimizzato e chi paga può anche non farlo col contante, usando direttamente l’app».

Ma qual è il cliente medio di questo tipo di servizi? Dipende, nei centri urbani più affollati a usare Just Eat sono le fasce comprese tra i 25 e 34 anni, ma quando si comincia andare nei piccoli paesi e nella periferia l’età si alza, anche perché ormai quando parliamo di over-40 parliamo di persone ampiamente a loro agio con smartphone e digitale.

Parlare di cibo da asporto oggi vuole dire anche parlare di una economia che cambia, che si fa complessa, frammentata e che, complice la crisi degli impieghi, ha trasformato un lavoro che una volta veniva svolto dalle fasce più giovani per arrotondare come un vero e proprio impiego. Siamo passati dal fattorino al “rider”, ragazzi che sfrecciano in moto o in bici per consegnare a ogni ora le ordinazioni. C’è chi lo fa per qualche ora, chi lo ha reso un lavoro vero e proprio.

In queste ore si parla molto della “Carta di Bologna” ovvero un documento in cui vengono fissati i diritti dei rider e di tutti i “lavoratori digitali” promosso da Riders Union Bologna in accordo con CGIL. CISL e UIL. Il documento è stato proposto per la prima volta a metà aprile, ma è tornato alla ribalta in queste ore perché è stato sottoscritto dalla piattaforma di consegna Sgnam-Mymenu, si tratta del primo accordo di questo tipo in Europa, che porterà i fattorini dell’azienda a beneficiare di paga minima oraria, contratti trasparenti, assicurazione e indennità di lavoro.

«In merito alle dichiarazioni delle ultime ore emerse in seguito alla firma della Carta di Bologna, ci teniamo a ribadire che, come Just Eat, apprezziamo molto l’iniziativa messa in campo dal comune, della quale condividiamo a pieno gli intenti positivi e virtuosi. Tuttavia, riteniamo fondamentale, per tutto il settore, che il tema e i relativi tavoli di confronto siano ricondotti a un livello nazionale, questo per permettere un percorso più fluido verso una possibile regolamentazione specifica di questo settore e dei lavoratori che vi operano, che sia sostenibile e soddisfacente sia per i lavoratori stessi che per le aziende».

Just Eat inoltre vive una condizione diversa rispetto a nomi come Foodora o Uber Eats, visto che fornisce l’infrastruttura per la consegna, ma non si occupa di gestire i fattorini.

«Ci teniamo inoltre a ribadire che il nostro modello di business è differente da quello degli altri operatori, poiché siamo un marketplace. Le consegne sono infatti affidate direttamente ai ristoranti partner, oppure gestite dai nostri partner logistici sul territorio, che contrattualizzano direttamente i rider. Questo a Bologna come in altre città in cui operiamo. Proprio per la peculiarità del nostro modello di business, nel confermare la nostra sensibilità su tutte le tematiche che sono emerse, riteniamo che il nostro impegno possa e debba tradursi principalmente in attività concrete di sensibilizzazione che possano favorire atteggiamenti virtuosi da parte di tutti i nostri partner, in modo che la sicurezza e la formazione dei lavoratori siano considerate questioni prioritarie Confermiamo pertanto, come già comunicato all’amministrazione comunale in data 15 Maggio e nei giorni scorsi, la nostra completa disponibilità a strutturare un dialogo sempre aperto e trasparente con le istituzioni, in particolare in favore di un confronto su base nazionale».

Che li vogliate chiamare rider o fattorini alla fine poco importa, quello che conta per Contini è che ci sia chiarezza sul tipo di lavoro. «Bisogna avere una rappresentazione oggettiva della situazione. Ci sono molti rider che sono soddisfatti di questo reddito integrativo. È un lavoro fluttuante, che cambia in base alla stagione, al meteo e agli eventi, non si può avere un modello fisso. Il nostro obiettivo è far si che si muovano sempre in sicurezza, stiamo lavorando con alcuni assessorati per favori programmi che vadano in questa direzione. È positivo che si avvii una ulteriore riflessione, Non appena la situazione politica lo permetterà saremo disponibili a sederci attorno a un tavolo e continuare il dialogo».

Da: QUI

Scritto da Sasha

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